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Storia

Monte Piana

Il Monte Piana, (o Monte Piano come lo ricordano le fonti austriache), è una montagna delle Dolomiti di Sesto alta 2.324 m. Alla sua sommità passa il confine amministrativo tra la Regione Veneto e la Regione Autonoma Trentino Alto Adige che in pratica coincide con la frontiera che nel 1753 separava la Repubblica di Venezia con l'Impero austriaco. Ad oggi la maggior parte del monte è situata nella Provincia di Belluno.

Il rilievo è all'interno del Parco Naturale Tre Cime tra le Tre Cime di Lavaredo ed il lago di Misurina. Il monte Piana fu teatro durante la prima guerra mondiale di uno scontro durato oltre due anni tra l'esercito italiano e l'esercito austro-ungarico, ed oggi è un vero e proprio "Museo all'aperto" dove è possibile visitare il campo di battaglia situato in tutta la sua sommità. Questo è stato in parte riadattato e ricostruito grazie al lavoro degli Alpini e di alcune associazioni di volontari, che grazie ad un lungo lavoro hanno ricostruito buona parte delle trincee e restaurati o almeno in parte liberato dai detriti, molti punti d'osservazione, ricoveri e alcune gallerie.

Inquadramento topografico

Il Monte Piana si erge tra l'estremo nord della provincia di Belluno e quella di Bolzano, precisamente tra il comune di Auronzo di Cadore e il comune di Dobbiaco[1]. Le sue coerenze di rilevanza topografica o relative agli avvenimenti legati al conflitto sono svariate. Il monte ha una forma squadrata e tozza che incombe a nord sulla valle della Rienza, ad ovest sulla val di Landro a sud sulla val Popena bassa e a est sulla val Rimbianco. Il lato occidentale sovrasta perfettamente il lago di Landro, ricevente del Rio val Fonda che nasce ad ovest nella val di Landro.

Questa cima morfologicamente non presenta le caratteristiche tipiche delle montagne dolomitiche che lo circondano, la sua sommità è praticamente pianeggiante e presenta due piccole cime, una a nord (2.324 m.s.l.m.) denominata monte Piana ed una a sud (2.320 m.s.l.m.) denominata monte Piano, che durante la Grande Guerra era occupata dagli austriaci, unite dalla Forcella dei Castrati (2.201 m.s.l.m.) che unisce idealmente le due metà del monte. Dalla sommità la vista spazia a 360° sulle montagne circostanti; a nord il monte Rudo e le sue pendici della Croda dei Rondoi sono divise dal Monte Piana dalla forra della valle di Rienza; ad est la val Rimbianco bassa separa il Piana dal Sasso Gemello e dalla Croda dell'Arghena. Mentre nel tratto sud/est i Cadini di Misurina separano il Piana da tre colli, quello delle Saline, quello della Selva e dei Tocci; a sud infine il lago di Misurina lo separa dal monte Cristallino e da monte Fumo.

Geografia - Monte Piana

Il Monte Piana fa parte della sottosezione alpina delle Dolomiti di Sesto, di Braies e d'Ampezzo nelle Alpi orientali, è circondato da alcune delle più belle montagne delle Dolomiti, come le Tre Cime di Lavaredo, monte Cristallo, Croda dei Rondoi e l'altopiano di Prato Piazza. La sua struttura orografica è semplice, interamente dolomitica, con una stratificazione quasi del tutto orizzontale, il Monte Piana è isolato da tutti i lati da pareti ripide e dirupi che rivelano la sua origine tettonica dei profondi solchi circostanti rappresentati dalle valli sopra citate. L'unico versante facilmente accessibile è quello rivolto a sud-est, anch'esso decisamente ripido ma raccordato alla zona del col delle Saline mediante declivi pietrosi ricoperti di mughi.

La sommità dell'acrocoro è occupata da un pianoro allungato verso nord lungo quasi due chilometri e largo nel punto massimo circa 700 metri, diviso in due settori ben distinti da un avvallamento detto "Forcella dei Castrati" da dove scende verso la val Rimbianco l'omonimo vallone.

L'ambiente è quasi totalmente roccioso, scabro e carsico, completamente privo di fonti d'acqua e quasi completamente spoglio di vegetazione se si escludono i rari mughi e le piante alpine che ogni anno regalano una breve fioritura primaverile.

Il pianoro meridionale è globalmente più ampio e più comodamente accessibile di quello settentrionale; questo culmina a 2.324 m.s.l.m. in un cucuzzolo poco marcato situato nei pressi della Piramide Carducci, singolare monumento dedicato al poeta compositore dell'Ode al Cadore distrutto durante la guerra e ricostruito nel 1923. Il pianoro settentrionale è leggermente più basso, a picco sul lago di Landro e circondato da tre lati da vere e proprie pareti a strapiombo; munitissimo di trincee e gallerie, fu teatro di combattimenti furiosi in un teatro non molto più ampio di un campo da calcio. Durante la guerra, per distinguerli, i due pianori erano rispettivamente chiamati "monte Piana", quello meridionale occupato dalle truppe italiane, e "monte Piano", quello settentrionale occupato dagli austriaci.

Storia - Monte Piana

Il nome del monte, evidentemente dovuto alla sua forma, è antico; Monteplana è citato fra i beni attribuiti al monastero di Campo Gelau (San Candido) dall'Imperatore Ottone II in un diploma datato attorno al 970 d.C. che ribadirebbe una più antica donazione del duca bavarese Tessilone.

Nel 1866, dopo la conclusione della terza guerra d'indipendenza, l'Austria fu costretta dai trattati a cedere il Veneto, ma non volle però cedere nella delimitazione dei confini, conservando così il pieno dominio sulle creste e sui punti più alti lungo tutta la frontiera, garantendosi un vantaggio sotto il punto di vista militare: la commissione paritaria italo-austriaca decise che sul monte Piana la frontiera sarebbe coincisa con il vecchio tracciato del 1753, che divideva la Repubblica di Venezia dall'Impero austriaco, lasciando all'Austria la val Rienza. Questo fu, lungo tutta la frontiera, l'unico punto in cui l'Italia aveva un vantaggio dal punto di vista militare; il pianoro sommitale era per i 2/3 in possesso italiano, le pendici meno scoscese erano tutte a favore del territorio italiano e il monte stesso rappresentava un vero e proprio cuneo sulla val di Landro (Hohlensteinertal, Durrental) e quindi una posizione vantaggiosa per un'eventuale avanzata militare verso la sella di Dobbiaco (Toblacher Sattel) e quindi la val Pusteria (Pusteral).

Nel periodo dal 1792 al 1815, durante le guerre napoleoniche, tutta la val Pusteria fu teatro di scontri e Dobbiaco passò per un breve periodo sotto il dominio italiano. Dalla seconda metà dell'Ottocento, con l'unità d'Italia e una tranquillità diplomatica generalizzata in tutta Europa dopo la fine della guerra franco-prussiana, Dobbiaco divenne una meta turistica grazie all'apertura della linea ferroviaria Vienna-val Pusteria ("Südbahnlinie"). Nel 1871, con la costruzione di un albergo della medesima "Südbahngesellschaft" (oggi centro culturale e congressi Grand Hotel), la fama di Dobbiaco come luogo di cura e soggiorno aumentò considerevolmente.

Gli austriaci non abbassarono mai l'attenzione sul monte Piana, nonostante fosse ormai soprattutto una meta turistica, e fin dai primi anni sbarrarono completamente l'accesso alla valle di Landro subito dopo l'abitato di Carbonin (Schluderbach), con un'opera fortificata supportata da artiglierie in caverna posizionate su monte Rudo (Rautkofel) e su monte Specie (Strudelkopfe). Inoltre, questo apparente vantaggio italiano, era contrastato anche negli eventuali movimenti di truppe sulla sommità del Piana, in quanto tutto il tavolato era controllato dalle posizioni d'osservazione sul monte Cristallo (Cristallkopf) e di cima Bulla (Bullkopfe) e tenute sotto il costante controllo delle artiglierie piazzate nei forti di Landro a nord e Prato Piazza (Platzwiese) ad ovest e dalle bocche da fuoco situate a torre dei Scarperi (Schwabenalpenkopf) e su torre di Toblin (Toblingerknoten); l'accesso a Dobbiaco era praticamente sigillato. Oggi gli avvenimenti per cui il monte Piana è meta di migliaia di turisti risalgono a poco meno di cento anni fa, durante la prima guerra mondiale.

La Grande Guerra

Alla dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria-Ungheria il 24 maggio 1915, al monte Piana e nelle sue valli furono mandati sette/otto battaglioni dei trentacinque di stanza tra San Candido e lo Stelvio. Il monte Piana rientrava nel settore operativo della IV Armata comandata dal tenente generale Luigi Nava, le cui unità erano divise in due settori, Cordevole e Cadore, il primo di competenza del IX Corpo d'armata e il secondo, di cui faceva parte il settore di monte Piana, di competenza del I Corpo d'armata comandato dal tenente generale Ottavio Ragni. Il 24 maggio il Piana fu occupato da due plotoni di alpini della 96a compagnia, battaglione Pieve di Cadore, del 7º reggimento. Altri alpini della 67a compagnia intorno alle 08:30 vennero colpiti da una scarica d'artiglieria sparata da monte Rudo mentre stavano lavorando sulla strada da Misurina per monte Piana; furono i primi caduti italiani su una montagna che in meno di due anni fece circa 14.000 vittime da entrambi gli schieramenti. Alla resa dei conti i due anni di guerra sul monte Piana portarono sostanzialmente ad un nulla di fatto, i due contendenti per due lunghi anni si combatterono su un fazzoletto di terra, senza mai riuscire a sovvertire le forze nemiche, e il 3 novembre 1917 le postazioni sul Piana vennero abbandonate dai reparti italiani per ripiegare e schierarsi sulla linea del Grappa nel tentativo di resistere all'offensiva austro-ungarica di Caporetto.

Battaglia di Monte Piana

« [...] ogni quarto d'ora una luce più odiosa della tenebra[...] per pochi secondi illuminava ogni cosa a giorno.
Allora tutti ammutivano e ciascuno s irrigidiva nell'atto in cui si trovava, con quegli occhi sbarrati, con quelle facce smunte da tre giorni senza pane e due notti senza sonno. »

La battaglia di monte Piana fu un lungo e sanguinoso scontro avvenuto sulla sommità dell'omonimo monte facente parte del massiccio delle Dolomiti di Sesto, dove tra il 1915 e il 1917 si consumarono alcuni dei più violenti scontri tra soldati italiani e austro-ungarici che per ben due anni lottarono sulla sommità pianeggiante di questo monte. Fu uno dei teatri più sanguinosi e statici di tutta la guerra, e nonostante la netta superiorità di uomini e armamenti del Regio Esercito, i comandi italiani non furono mai in grado di conquistare le postazioni dominanti sul monte occupate dagli austriaci, sia per errori tattici sia per incompetenza di una guerra nuova e insolita in alta montagna.

Sebbene l'Italia fosse un membro della Triplice Alleanza[2] con Austria-Ungheria e Germania, non entrò in guerra nell'agosto 1914 sostenendo che nessuno dei suoi alleati era stato attaccato direttamente. L'Italia aveva inoltre una forte rivalità con l'Austria-Ungheria che risaliva al congresso di Vienna del 1815, dopo le guerre napoleoniche, quando città a maggioranza italiana vennero cedute all'Austria.

I confini stabiliti dopo la guerra del 1866 avevano in quasi tutti i casi favorito gli austriaci, il confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige avvantaggiava gli austriaci che si trovavano ovunque in una situazione di vantaggio geografico, in quanto si trovavano in posizione sopraelevata rispetto agli italiani. Diversa però fu la situazione a monte Piana, dove permaneva l'antica frontiera fra il Tirolo e la Repubblica di Venezia, sancita da cippi sul tavolato sommitale del monte; questo era quasi per intero territorio italiano che penetrava in territorio austriaco formando un cuneo puntato verso Dobbiaco. Gli austriaci dal canto loro si pararono da tale minaccia trasformando il monte Rudo in una fortissima posizione di artiglieria completata dalle batterie posizionate sul col di Specie (sopra Pratopiazza) e sulla torre dei Scarperi, in grado di tenere il pianoro di monte Piana interamente sotto tiro[5]. Allo scoppio del conflitto tra Italia e Austria-Ungheria il monte Piana si trovò in mezzo ad un fondamentale crocevia, che se conquistato avrebbe portato le truppe italiane ad entrare a Dobbiaco, e quindi poter dirigersi verso Brunico o addirittura Lienz.

La tranquillità di questo monte fu infranta già nei primi giorni di guerra, quando monte Piana si svelò per quello che era nella visione strategica del conflitto, un gigantesco monte spianato alla sommità, di quello che oltre novant'anni fa era uno dei nodi cruciali del fronte dolomitico orientale, che se sfondato avrebbe portato direttamente in val Pusteria e ferrovia, nodo vitale delle comunicazioni austriache.

La guerra su Monte Piana

Il 23 maggio alle 19.00 l'Imperial-Regio ufficio postale di Landro venne informato telefonicamente che l'Italia aveva dichiarato guerra all'Austria-Ungheria. Nella notte le sentinelle austriache abbandonano i loro posti lungo la sommità nord del monte Piana per portarsi a valle nelle linee difensive, e nel contempo distrussero tutti i sistemi viari. Lo stesso fanno gli italiani la mattina del 24 maggio, quando gli alpini diedero fuoco alla Piano-Hütte, costruirono trincee lungo l'orlo meridionale e mandarono un plotone nei pressi della piramide Carducci, che costituiva il posto italiano più avanzato.

I primi morti italiani sul fronte del Cadore furono 2 alpini della 67ª compagnia, che intorno alle 8 e mezza del 24 maggio furono colpiti da una granata sparata dalla batteria austriaca di Croda dei Rondoi. Tutti gli alpini, liberi dal servizio, si precipitarono nei grandi alberghi della zona, in cerca di spie; nella cabina del Grand Hotel trovarono però solo un migliaio di bottiglie dei migliori vini europei, dei quali peraltro fecero strage (in verità il vino venne pagato con un mese di paga dagli ufficiali alpini, più il contributo degli ufficiali.

Il 27 maggio gli austriaci trasportano sul passo Grande dei Rondoi un obice che iniziò subito a battere il Piana. In quei giorni la linea di monte Piana che andava dalla piramide Carducci allo strapiombo sul Vallon dei Castrati, era presidiata dagli alpini che effettuarono continue perlustrazioni in val Popena e val Rimbianco mentre il 1º giugno due nuclei di zappatori diede fuoco alla caserma Rienza e con la gelatina interruppero il sentiero che dal paese presidiato dagli austriaci a ovest di monte Piana, Carbonin, portava a Forcella dei Castrati.

Da parte austriaca il nuovo arrivato feldmaresciallo Ludwig Goiginger, comandante della divisione Pustertal, richiese l'invio di rinforzi per un'azione sul monte Piana, del quale aveva già riconosciuto la fondamentale importanza strategica. Non bisognava permettere agli italiani di insediarsi stabilmente sul monte, fortificandolo e trasportandovi artiglierie a sufficienza, per aprire il tanto agognato passaggio fino a Dobbiaco, così Goiginger, dispose una prima azione da compiersi nella notte fra il 6 e 7 giugno.

Attacco austriaco del 7 giugno 1915 sul Monte Piana

Il 7 giugno, in preparazione all'attacco, l'artiglieria austriaca iniziò a bersagliare le postazioni degli alpini già dalle 4 del mattino del giorno. Nel silenzio di una notte di maltempo, due gruppi d'assalto di Standschützen salirono lentamente verso la sommità piatta del monte, il primo gruppo assalitore partito da Carbonin sotto la guida del sottotenete Wilhelm Bernhard era il più numeroso, arrivò nella conca occidentale verso le 5,30 e col favore delle tenebre neutralizzò rapidamente le prime sentinelle, e in breve tempo si scatenò un tremendo parapiglia, i rinforzi italiani non tardarono e dal vicino presidio italiano accorsero gli uomini della 268ª compagnia alpini. Intanto sopraggiuse anche il secondo reparto di assalitori che arrivava da Landro, dando un contributo decisivo all'attacco a favore degli austriaci.

Gli scontri furono accaniti soprattutto attorno alla piramide Carducci. Gli austriaci riuscirono a penetrare nelle trincee italiane, ma subirono il contrattacco degli alpini con i plotoni dei sottotenenti Giuseppe De Pluri e Antonio De Toni che trovano entrambi la morte assieme ad altri 100 uomini.

Con l'arrivo della luce del giorno le truppe italiane, stanche e decimate, sospinte dagli austriaci nella parte più meridionale del tavolato, furono aiutate dall'artiglieria posizionata a Longeres che riuscì così ad arrestare l'attacco nemico e soprattutto l'afflusso dei rinforzi; alle 14.00 il comando austriaco, preoccupato dal numero delle perdite dovute ai tiri dell'artiglieria italiana, ordinò di ristabilire la linea del fronte sul pianoro nord; in posizioni che durante la guerra non saranno mai conquistate dagli italiani. Dopo poche ore gli italiani ritornano in possesso del pianoro sud senza colpo ferire. Di rinforzo viene inviata una compagnia ed una sezione mitragliatrici del 56º battaglione alpini.

Le posizioni si consolidano: giugno - luglio 1915

 Dal giorno successivo gli austriaci iniziano a scavare profonde trincee con filo spinato, nonostante la guarnigione fosse esposta alla pioggia, al freddo e alla fame, dato che i rifornimenti non arrivavano in quanto le strade di collegamento del fondovalle erano battute dalle artiglierie italiane che disperdevano le file di portatori[8].

Lo schieramento italiano si era così consolidato sulle seguenti posizioni:

  • Sottosettore val Boite (lungo il Rio Felizon): due battaglioni in linea ed uno di riserva presso il comando reggimentale a Majon di Valgrande.
  • Sottosettore valle Ansiei (dalla al ): un battaglione in Val Popena, uno su Monte Piana, uno di riserva a Forcella Bassa, tra e , con il comando reggimentale a Misurina.Val Popena AltaVallon dei CastratiCol delle SalineCol della Selva
  • Vallon dei Castrati a forcella Giralba: un battaglione da Val Rimbianco a Forcella Col di Mezzo, uno in regione Cengia e Giralba, uno di riserva presso il comando reggimentale a Casoni Crogera.

Gli italiani inoltre, dopo la lezione del 7 giugno, in modo da impedire agli austriaci l'accesso a monte Piana per il Vallon dei Castrati, inviarono uomini a sbarrare la Val Rimbianco all'altezza della Caserma omonima (tra il Sasso Gemello e le Forcellette). La condotta austriaca, nonostante alcuni attacchi italiani sanguinosamente respinti, non mutò, la cura principale era dedicata alla difesa, ma non erano disdegnate puntate offensive e tiri di artiglieria. La notte del 15 giugno, una pattuglia austriaca, infatti, avvicinandosi all'alba a Forcella Giralba sparò contro una vedetta italiana, il soldato Ricciuti, che benché ferito riuscì a trattenere gli austriaci fino all'arrivo dei rinforzi.

Il primo attacco italiano

Preparativi

Il comando italiano fu eccessivamente prudente nelle prime settimane di guerra, e non colse l'occasione di sfruttare lo sfaldamento delle linee austriache poco fornite e mal difese. Così dopo un lungo periodo di inutile stasi si decise di attaccare solo dopo l'arrivo di un numero sufficiente di pezzi d'artiglieria. Questa superiorità numerica, fu vanificata da questo periodo di attesa, che permise ai difensori, di consolidare in modo decisivo le postazioni di difesa. Il generale Ottavio Ragni emise l'ordine d'operazioni che prevedeva l'attacco in forze contro gli sbarramenti di Landro e Sesto; con il supporto delle batterie così ripartite:

Artiglieria della IV Armata

Cortina Nord: 1 batteria di obici da 149, 1 batteria di mortai da 210, 1 batteria di cannoni da 149A

Passo Tre Croci: 1 batteria di obici da 305, 1 batteria di mortai da 280, 1 batteria di cannoni da 149A

Val Parola: 2 batteria di obici da 201, 1 batteria di mortai da 149A, 1 batteria di cannoni da 149G

Supplementari: batterie da montagna a Longeres e Lavaredo, 3 batterie campali in Val Popena, pezzi da campagna a Longeres, 6 batterie campali tra i Colesei e Col Rosson (zona Carnia)

L'attacco fu affidato alla brigata Marche, ad una compagnia del battaglione Pieve di Cadore con il compito di attaccare le postazioni in cresta e a un battaglione della brigata Como, con il compito di aggirare le postazioni austriache passando da Carbonin. Ma le opere difensive austriache in cresta sul Piana, assunsero la maggior attenzione del comando italiano, furono gli alpini agli ordini del maggiore Angelo Bosi a dover attaccare queste opere. L'attacco si sarebbe svolto lungo tre direttrici, la direttrice principale, divisa in 4 plotoni, diretta verso le opere e i trinceramenti, la colonna destra diretta su Landro e la colonna sinistra diretta verso Rautchkofel. Da parte austriaca la difesa del monte Piano era affidata ad un battaglione di Landesschützen e ad un battaglione dell'Alpenkorps; il giorno 19 salirà sul monte anche un battaglione di Kaiserjäger.

L'attacco

Alle 5 del 15 luglio iniziò un incessante fuoco d'artiglieria verso le postazioni austriache, di monte Piana e della piramide Carducci. Tre ore dopo un razzo lanciato da villa Loero su colle S. Angelo, diede il segnale per lo scatto della fanteria, appena gli uomini mettono piede fuori dalle trincee, ad attenderli ci fu la reazione dell'artiglieria austriaca, che provocò 13 morti italiani, e un centinaio di feriti leggeri. Verso le 13 una compagnia di Alpini lungo la direttrice principale, arriva alla piramide Carducci trovata sgombra e inizia a trincerarsi, non potendo più muoversi verso le opere austriache, dopo aver preso comunque Vallon dei Castrati.

La mattina seguente, si decise che a mezzogiorno, la 9ª e la 11ª compagnia avrebbero attaccato per coprire i 400 metri di distanza che dividevano le due linee nemiche, ed espugnare le trincee austriache. Quando le due compagnie saltarono fuori dai ripari, furono accolte da un fitto concentramento di artiglieria che le costrinse a rallentare di molto l'avanzata e quando giunsero presso la Forcella dei Castrati, erano già notevolmente ridotte in slancio ed organico, cosicché non fu possibile espugnare le linee austriache.

Per cinque gironi si susseguirono attacchi sulle tre direttrici, tanto sanguinosi quanto inutili, si riuscì a scacciare gli austriaci dal pianoro meridionale e a conquistare Forcella dei Castrati, ma non l'importante e strategico margine nord del monte, che rimase inespugnato nonostante ripetuti attacchi. Solamente l'ultimo giorno di attacco, il 20 luglio, le cifre italiane parlano di 104 morti, 578 feriti e 151 dispersi, nella maggior parte disintegrati dall'artiglieria nemica. Il 17 luglio persero la vita anche il Maggiore Bosi e il capitano Gregori.

Continua la lotta

Per tutto il mese di agosto, un susseguirsi di attacchi sconvolsero il pianoro di monte Piana, l'11 agosto, reparti italiani occupano il costone occidentale in parte in mano austriaca con ardite azioni degli alpini al comando del capitano Rota e del sottotenente Croce, e nel pomeriggio dello stesso giorno seguirono violenti contrattacchi di reparti bavaresi tutti respinti. La lotta è senza tregua, la notte gli austriaci lanciano bombe a mano e sparano fucilate in continuazione sulle linee italiane per non farle riposare, i giorni seguenti ci furono anche violenti attacchi che sfociarono in sanguinosi corpo a corpo, che il 15 agosto costarono agli austriaci più di 100 morti e 44 morti e 64 feriti per gli italiani.[12]

Solo l'11 settembre gli italiani passarono ad un serio contrattacco, dopo che il 1º settembre gli austriaci conquistarono il costone orientale dal quale gli italiani martellavano il "sentiero dei pionieri" su cui transitavano i portatori nemici. I comandi italiani decidono per una manovra di aggiramento nel settore più elevato del versante orientale, oltre che proseguire gli attacchi lungo il versante occidentale e la val Popena, dove i reticolati sono però intatti. All'alba inizia l'azione delle artiglierie di piccolo e medio calibro contro le pendici settentrionali di monte Fumo, sul costone nord-ovest di monte Piana e contro monte Piano. Ma a causa della mal progettazione dell'attacco che incredibilmente si decise dovesse sfondare in uno dei punti meglio protetti del nemico, alle 19.30 l'azione venne sospesa.

Il giorno seguente il bombardamento italiano prosegue, vengono respinti dei contrattacchi austriaci atti a riprendere la trincea di val Popena, e l'avvolgimento delle postazioni nemiche non procede. Il 13 settembre continua il bombardamento italiano ed una squadra di guastatori ritenta inutilmente il taglio del reticolato di monte Piano, ma il giorno seguente gli austriaci reagiscono attaccando su tutto il fronte, ma vengono respinti dall'artiglieria italiana.

Il 14 gli austriaci attaccano su tutto il fronte di val Popena bassa ma vengono respinti dall'artiglieria italiana che però lamenta 2 pezzi colpiti ed uno reso inservibile. Per giorni e giorni attacchi e contrattacchi si susseguono con ogni mezzi, l'ostinazione del comando italiano fa sì che per giorni pattuglie vengono spazzate via nel tentativo di passare i reticolati di monte Piano, solo il 26 settembre le operazioni terminano, quando il 9º battaglione desiste, dall'azione seppur spinto dai comandi di Brigata, che volevano continue e inutili ondate verso un'obbiettivo inconquistabile.

Lo stallo invernale sul Monte Piana

Le difficoltà climatiche invernali e la palese difficoltà di insediare postazioni sistemate più in alto, fecero tramontare l'idea di un'azione in grande stile su monte Piana, né su regioni limitrofe, le azioni sporadiche e le azioni di disturbo non si fermarono ma non ci furono più azioni italiane di grosso peso sul fronte del monte Piana. Entrambi gli schieramenti, ma soprattutto quello austriaco, pensarono a rinforzare le posizioni e ad adattarle al clima rigido dell'inverno, da parte austriaca venne messa in funzione la prima teleferica austriaca, e iniziati i lavori per la teleferica pesante da Landro, inoltre fu fornita l'energia elettrica agli impianti austriaci.

Anche da parte italiana fervono i lavori per l'ultimazione dei rifugi e delle postazioni avanzate in vista dell'inverno. In dicembre il generale Nava fu sostituito con il generale Mario Nicolis di Robilant, ed entrambi gli schieramenti iniziano una nuova guerra, quella contro i rigori dell'inverno, i Landesschützen sistemano la linea elettrica per l'illuminazione delle baracche del pianoro nord e per l'utilizzo di un riflettore portatile. I primi di gennaio viene ultimata la teleferica pesante austriaca e alla guarnigione vengono inviati 3 lanciafiamme e 3 lanciamine. Ma a provocare morte non sono solo le armi da fuoco, ma anche le valanghe, come quella del 5 marzo che travolse 150 uomini austriaci, che per 17 ore cercarono i loro commilitoni, senza però incontrare alcuna azione offensiva dagli italiani che non spararono nemmeno un colpo.

Gli italiani quindi pensarono a rinforzare nuovamente le posizioni, con nidi di mitragliatrici e bombarde lungo il margine roccioso che guarda la val Rimbianco. Anche gli austriaci provvidero a migliorare le loro posizioni, ma migliorarono anche i collegamenti con Landro, ma le azioni offensive non si placano. Il 17 ottobre l'artiglieria italiana scarica più di 1000 colpi sulla sommità settentrionale del monte Piana causando gravi perdite ed ingenti danni. Ma l'inverno è inesorabile, il 13 dicembre sul monte Piana si registrano 7 metri di neve e -42 °C, la morte bianca in questo periodo fece più vittime degli scontri a fuoco. In alcune giornate il cambio avveniva dopo soli 30 minuti per evitare il pericolo di congelamenti, e le azioni offensive passarono decisamente di secondo piano.

Operazioni di primavera sul Monte Piana

Gli scontri tra le due fazioni ripresero il 1º aprile, con una serie di attacchi italiani per la conquista di quota 1979 di monte Fumo, il primo sferrato da un reparto di alpini verso le ore 08.00 del giorno stesso, che portò alla cattura di 33 austriaci, e l'occupazione della selletta a nord-est di monte Fumo, e la cresta di Costabella. Il botta e risposta di artiglierie nemiche si sussegue per giorni, il cocuzzolo in mano italiana è martellato senza sosta dai tiri nemici, per cui il comando italiano decide di attaccare la quota dalla quale gli austriaci martellano il presidio italiano. Sfortunatamente anche gli austriaci si prepararono ad un attacco teso a riconquistare la posizione di monte Fumo, lo scontro fu terribile, entrambi gli schieramenti non cedettero terreno, ma le perdite furono alte per entrambi, il 60% per gli austriaci e il 40% per gli italiani, e nonostante tutto il mattino dopo 350 austriaci proseguirono l'attacco riprendendo la posizione di Costabella che costò agli italiani 70 feriti e 140 dispersi.

Per tutto il resto della primavera i comandi italiani rinunciarono ad avanzare, ma continuarono a disturbare il transito di truppe e materiali austriaco, battendo continuamente le stazioni di Dobbiaco e di S.Candido. Si decise di conseguenza di piazzare una sezione di obici da 305mm in posizione favorevole a martellare le postazioni nemiche. Il lavoro necessario richiese l'impegno di qualche centinaio di uomini per 3 mesi, ma nella seconda metà di maggio 1916 i primi colpi caddero su S.Candido.

Il 1916 vide un progressivo rafforzamento delle posizioni, soprattutto da parte austriaca che trasformarono l'intera sommità nord di Monte Piano in una rete di opere difensive, tra cui trincee coperte, cunicoli di collegamento, gallerie, caverne attrezzate per diverse funzioni, da camerate a cucine. Dal canto loro gli italiani, con forze maggiori ma con posizioni svantaggiate, proseguirono la lentissima avanzata sul pianoro settentrionale in mano nemica, riuscendo in agosto a conquistare il cosiddetto "fosso degli Alpini".

La lotta per la "Kuppe K"

Fin dai tempi dell'azione di avvolgimento, gli austriaci avevano occupato un posto sull'angolo nord-est del Fosso Alpino dal quale bersagliare le Forcellette, e lo avevano battezzato Kuppe K ("Punto K"). Temendo una avanzata italiana sul pianoro settentrionale, gli austriaci compierono un massiccio attacco contro gli italiani, da estendersi anche alla Forcella dei Castrati al fine di distruggere completamente l'impianto offensivo italiano. L'attacco doveva essere condotto sfruttando il fattore sorpresa, per cui viene programmato senza supporto dell'artiglieria e con il favore delle tenebre. Le truppe penetrarono nelle trincee italiane che erano vuote, le distrussero e ritornarono indisturbate nelle posizioni di partenza.

Ai primi di agosto il comando austriaco ritiene però indispensabile il possesso della Forcella dei Castrati e della Kuppe K, viene quindi ordinato un nuovo attacco che ha successo. Si susseguono attacchi e contrattacchi, il 23 agosto un reparto della Brigata Umbria conquista la Kuppe K, ma due giorni dopo si registra un nuovo tentativo austriaco si conclude con la morte di 47 attaccanti su 51. La riconquista avviene ad opera di un contingente di altri 60 Kaiserschützen. I rinforzi austriaci non tardarono e permisero di trincerarsi in modo migliore, ma gli italiani non stettero a guardare, scavarono una galleria tra le vicine trincee e la Kuppe K, e di sorpresa, di notte, dopo un pesante bombardamento, un plotone italiano di Arditi riuscì a riprendere la posizione catturando l'intero presidio nemico.

1917

L'estate 1917

Per tutto l'inverno e l'autunno del 1917 non ci furono avvenimenti sostanziali, ma la guerra di logoramento proseguì il suo macabro rituale fatto di bombardamenti, scontri fra pattuglie, tentativi di infiltrazioni nemiche, ma in quell'inverno la tensione fu massima, da entrambe le parti si stavano scavando gallerie per le mine, sia austriaci che italiani lavoravano febbrilmente per scavare e allo stesso tempo capire dove stava lavorando il nemico.

Verso la primavera il comandante della 61ª Brigata da montagna austriaca, il colonnello Von Kramer, ritenne indispensabile la totale conquista della sommità meridionale, mentre il generale di divisione Von Steinhart fu scettico di fronte ad una simile impresa. Il piano operativo proponeva come obiettivo, la realizzazione di una galleria per il collocamento di mine al di sotto delle postazioni italiane situate attorno alla piramide Carducci. I lavori si protrassero per tutta la primavera e l'estate, e quando la galleria stava per essre portata a termine venne l'ordine di interrompere i lavori in quanto gli austriaci si erano convinti che da parte italiana l'operazione mine fosse stata sospesa. In effetti così era.

Il piano austriaco

L'attacco austriaco sferrato su Monte Piana il 22 ottobre 1917, nonostante venne condotto con estrema violenza, aveva solamente lo scopo di distrarre le truppe italiane dai grossi spostamenti tattici e a trattenere le riserve italiane nel Cadore; per non farle confluire verso l'altro grande attacco su vasta scala che sarebbe stato condotto a Caporetto.

Ai primi di settembre la situazione deglla guarnigione austriaca sul monte Piana stava peggiorando, gli italiani coperti sempre perfettamente dall'artiglieria, avanzavano cautamente ma inesorabilmente verso le postazioni nemiche, venne quindi approvata l'idea di una massiccia operazione (che coincidesse con la grande offensiva nell'alto Isonzo) indicata col nome in codice operazione Herbst.

L'attacco finale 22 ottobre 1917

Alle 6.00 del 21 ottobre, iniziò un intenso fuoco di artiglieria che per 13 ore mise a ferro e fuoco le posizioni italiane. Il giorno dopo alle 5.00 del mattino, oltre un centinaio di pezzi d'artiglieria, bombarde e lanciamine concentrano il fuoco sulle postazioni italiane, mentre i Kaiserjäger uscivano dalle trincee e tentavano di superare i reticolati, che non oltrepassarono per via delle mitragliatrici italiane, poco dopo entrò in azione l'artiglieria italiana, e nonostante la risposta, le artiglierie austriache ricominciarono a martellare furiosamente le linee nemiche, alcune postazioni italiane caddero sotto il fuoco dei lanciafiamme dell'Alpenkorps tedesco. Gli austriaci nell'azione annientarono 3 plotoni italiani, e conquistarono alcune trincee su cui si scaricarono per tutta la notte successiva i colpi dell'artiglieria italiana, provocando 93 morti e 84 feriti da parte austriaca e 3 morti ed 11 feriti nelle file tedesche.

Ogni 15 minuti il mortaio da 280 mm sul monte Tre Croci scaricava un colpo sulle posizioni austriache, i bagliori delle artiglierie non cessarono per tutta la notte del 22 ottobre, e alla 6.00 gli Arditi ed alcune compagnie di Alpini attaccarono di slancio riconquistando, come in un triste gioco, le posizioni appena perse. Quella del 22 ottobre fu l'ultima azione a Monte Piana, in quanto, come previsto dagli austriaci, il 3 novembre tutti i reparti italiani dovettero abbandonare le posizioni per dirigersi sul Piave, nell'ultimo disperato tentativo d'attacco austriaco.

Esito

Alla resa dei conti i due anni di guerra su Monte Piana portarono sostanzialmente ad un nulla di fatto, i due contendenti per due lunghi anni si combatterono su un fazzoletto di terra, senza mai riuscire a sovvertire le forze nemiche. Da un lato vi erano gli austriaci con il notevole vantaggio di una posizione sopraelevata da cui contrastare efficacemente gli attacchi nemici, dall'altra parte gli italiani, fin dall'inizio del conflitto, superiori nell'armamento e nel numero, che non riuscirono mai, per la testardaggine comune nei comandi durante la prima guerra mondiale di attaccare ad oltranza e frontalmente, a conquistare e mantenere il possesso delle posizioni nemiche conquistate. D'altra parte, le dure condizioni climatiche che falcidiarono entrambi gli schieramenti e l'inusuale terreno di scontro, non facilitarono le cose; valanghe, freddo e incidenti lungo sentieri quasi impraticabili, fecero più vittime che gli scontri a fuoco, che per la verità, già dopo l'estate 1915 furono sporadici e spesso di breve durata.

Inoltre l'atteggiamento difensivo degli austriaci, già impegnati sul fronte orientale, favoriti dal territorio montano, permisero ai difensori di asserragliarsi per anni lungo tutto il fronte dolomitico senza mai cedere, anzi, questo atteggiamento permise agli austriaci di organizzarsi e sfondare le linee italiane in un'ultima grande offensiva a Caporetto il 24 ottobre, appena due giorni dopo l'ultima offensiva sul monte Piana.

In questo teatro di guerra si consumò una lunga guerra di logoramento i cui segni sono ancora ben visibili oggi in quel museo all'aperto che è monte Piana trincee, gallerie e reticolati sono tuttora visitabili, in uno degli ambienti più suggestivi di tutte le Dolomiti.


Il dopoguerra

La campana dell'amicizia

Nel 1988, in occasione del 70º anniversario della fine della Grande Guerra, sulla vecchia linea del fronte, lungo la forcella dei Castrati, è stata costruita la "campana dell’amicizia e della concordia". La sua costruzione si deve all'alpino e successivamente poeta, Sergio Paolo Sciullo della Rocca. Nel giorno della sua inaugurazione la campana fu benedetta da don Michele D'Auria, che fu cappellano militare degli Arditi durante la campagna di Russia.

 

La campana fu realizzata in memoria delle vittime, ma soprattutto come monito per le nuove generazioni. Vicino all'opera, si trova una targa commemorativa, che ricorda la visita del re Vittorio Emanuele III su questo fronte della guerra.

 

Il rifugio Bosi Maggiore Angelo

Nel 1962 il Cavalier Giovanni De Francesch acquistò un complesso di numerose baracche che durante la Grande Guerra costituivano il comando italiano in questa zona del fronte e vi costruì quello che ancora oggi è l'unico posto di ristoro di monte Piana, il rifugio Angelo Bosi dedicato al maggiore che nel 1915 perse la vita durante uno scontro su questa montagna. Ad oggi il rifugio presenta nelle pareti esterne alcuni lapidi commemorative che ricordano i cruenti scontri che il Regio Esercito affrontò in quel fazzoletto di fronte.

A fianco al rifugio venne inoltre costruita una piccola "Cappella degli Eroi" dedicata ai caduti di monte Piana. All'interno del Rifugio si può visitare un piccolo museo privato che racchiude alcuni reperti, fotografie e documenti della Grande Guerra.